Cultura reale e cultura digitale, insieme per #invasionidigitali

Cultura reale e cultura digitale, insieme per #invasionidigitali

Appena concluse le #invasionidigitali si cerca di fare un bilancio, ma non è facile. Non perché non si riescano a recuperare i numeri, come ad esempio le 400 (e più) invasioni, i migliaia di tweet o le migliaia di immagini su Instagram.

Il problema è che non si riesce a tenere il conto della marea di sorrisi, di gente entusiasta di invadere luoghi d’arte, musei, chiese, centri storici, di persone che con passione hanno guidato residenti e non residenti alla scoperta del proprio territorio.

In tanti, curiosi, esperti, appassionati ci hanno chiesto: tutto ciò a cosa porterà? Perché le invasioni digitali non durano tutto l’’anno?

L’’Italia della cultura ha bisogno delle #invasionidigitali.

Troppe, ancora, le difficoltà per entrare nei musei con uno smartphone e fare una foto o un selfie. Troppe, ancora, le resistenze verso la nuova (ormai mica tanto) modalità di condivisione, di apertura, di racconto dei nostri luoghi di cultura.

L’’idea (potremmo dire semplicemente, forse) è quella di diffondere la cultura digitale e l’utilizzo degli open data, formare e sensibilizzare le istituzioni all’utilizzo del web e dei social media per la realizzazione di progetti innovati, rivolti alla co-creazione di valore culturale oltre che alla promozione e diffusione della cultura.

Web e social network, con contenuti di qualità, con conoscenza e con tanta passione, sono i nuovi laboratori di idee ed iniziative per (ri)portare la cultura italiana al centro della scena.

Scrivevo sulle #invasionidigitali 2013 (non cambierei una virgola rispetto all’articolo dello scorso anno): “Oggi non si promuove e non si valorizza più tramite cartoline, ma attraverso le foto su instagram. Non si scrivono lettere di protesta perché il servizio non è piaciuto, si invia un tweet all’account del museo. E’ così, che si voglia essere un po’ nostalgici o meno, e bisogna prenderne atto.

Chiariamoci, siamo il primo paese al mondo visitato per cultura, possiamo quindi immaginare quali potrebbero essere i risultati “comunicando” tutti i nostri musei (grandi e piccoli), i centri storici, le chiese, e quanto potremmo rendere il racconto del nostro passato (e della nostra storia) emozionante agli occhi di tutti.

Invasioni digitali ci prova, non ha la velleità di riuscirci a tutti i costi, ma ci prova con tutto l’impegno e l’entusiasmo del team, degli ambasciatori, degli invasori.

Ognuno è diventato rappresentante, messaggero, guida, portatore sano di storia, arte e di bellezza. Ecco, la bellezza, la parola dell’anno forse. Non perdiamo la voglia di usarla parlando davvero del nostro paese.

Grazie alle invasioni digitali siamo riusciti ad aprire alcuni luoghi aperti su “richiesta” o addirittura chiusi, abbiamo visto tanti musei aderire con entusiasmo, accogliendo e guidando gli invasori, abbiamo visto la mobilitazione di sindaci di borghi per raccontare il proprio paese, direttori di musei fare visite speciali.

Non perdiamo questa magia, perché questa è l’Italia che ci piace, quella della cultura, dell’arte e della condivisione.

Nel generale, entusiasmante riscontro avuto in Italia (e non solo da quest’anno), la partecipazione alle iniziative organizzate a Napoli (dove sono stato personalmente attivo con due invasioni che hanno coinvolto più di 200 persone, al museo Madre ed al centro storico), come in tutta la Campania e il sud Italia, è stata davvero straordinaria. Confermata così la tendenza dello scorso anno e dimostrata la reale possibilità di “riscoprire” un futuro.

Segnale chiaro: se dobbiamo scegliere una base su cui ripartire (o cambiare verso che dir si voglia), bisogna farlo dalla cultura.

Ecco, la concreta speranza è che invasioni digitali siano da ispirazione e stimolo, per una forma di produzione, creazione e valorizzazione della cultura attraverso la condivisione di dati e immagini e da spunto per nuove esperienze di visita dei siti culturali dove il visitatore è coinvolto.

In fondo, già nel 1971 Joseph Beuys sosteneva che “ogni uomo e? un artista” e che “La rivoluzione siamo noi”. Bene, allora che la rivoluzione abbia inizio, a colpi di hashtag, #larivoluzionesiamonoi.

Fabrizio Barbato